IL TALENTO DELL'AQUILA

Parte I^
Il vecchio e il ragazzo percorrevano un ripido sentiero di montagna, a tratti piuttosto accidentato e scosceso, con dossi e irregolarità che rendevano alquanto disagevole il percorso.Fra un tornante e l'altro, il sentiero si rastremava, soprattutto quando il saliente roccioso s'inoltrava nella macchia fittissima, che riempiva l'aria di balsami e forti fragranze. Una grande parete di roccia, alta diverse centinaia di metri delimitava a nord l'altopiano, mentre nelle vicinanze, un bosco di pini ricopriva la forte pendenza del suolo, più avanti quasi un orrido..Il vecchio sembrava conoscesse anche I sassi di quel luogo ostile, e aveva un aspetto rude, arcigno, statura ancora imponente, fisico asciutto e andatura agile. Si muoveva rapido e sicuro come fosse parte o arredo dell'ecosistema aspro e bellissimo del luogo, e la natura l'avesse concepito e cresciuto sotto quegli spalti, offrendogli insegne e segreti, leggi di quel regno solitario e selvaggio. Uno zefiro leggero scomponeva I capelli del vecchio, bianchi e folti, come le sopracciglia, che spiccavano nel volto ambrato, dove il tempo aveva lasciato le sue soste e le sue fughe, conservando intatta la luce degli occhi chiari, I quali emergevano appena dalla fessura atta a contenerli, ed emanavano lampi d'arguzia e reticenza, diventando frontiera fra l'orgoglio e l'inganno. A destra del sentiero, alcuni scheletri di ginepro, simili a sculture viventi, avevano rami argentei, levigati e lucidissimi, protesi verso l'alto come braccia inerti. Mentre il vegliardo si faceva largo fra i cespugli di corbezzolo, lentisco e rosola, tassi e qualche siepe di rovo e salsapariglia, si muoveva con l'agilità d'un predatore notturno, che sa del passo che lo precede e di quello che lo segue, avverte ogni misterioso rumore, oltre l'intrico della vegetazione e ne valuta la provenienza e la causa, trovando sempre una risposta in quell'interazione di versi e rumori, battiti d'ali e lievi fruscii, voci umane e movimenti di fronde; raffiche di vento… Sebastiano, nonostante I suoi diciannove anni, lo seguiva con un leggero affanno, mentre egli scompariva tra cime di mirto o gli indicava, voltandosi, piante d' euforbia o stramonio, piante velenose di cui conosceva bene gli effetti. Intanto imboccava altre diramazioni dell'angusto tracciato, e scompariva come sagoma di vento, in uno scenario di natura austera e maestosa, dove la vita palpitava all'unisono producendo fermenti e risonanze che ammaliavano. Il vecchio non ne percepiva l'eco, si considerava frammento di quel microcosmo, e ogni forma creata una dote acquisita con misteriosa acquiescenza. Raggiunsero l'altopiano e attraversarono una foresta di lecci, così fitta da non scorgere, quasi, la maestà dei cieli che incombevano sereni, limpidi e complici; ed erano arie più lievi, rarefatte. Più avanti il paesaggio s'aprì in un'immensa radura rivestita d'erba; muschi, licheni e delicata flora montana, s'offrivano allo sguardo con i loro vividi colori. Poco lontano, sopra un promontorio roccioso, s'ergeva solenne e millenario, un nuraghe, ancora imponente, nonostante i suoi muri circolari di basalto fossero in parte crollati nella piccola scarpata adiacente. Olivastri, roverelle, querce da sughero, interrompevano la monotonia dei lecci, che prevalevano ovunque si volgesse lo sguardo. All'improvviso, il vecchio si voltò e chiese al ragazzo di non fiatare. Un enorme volatile, quasi incurante della loro presenza, dopo aver volteggiato intorno alla preda e compiuto qualche evoluzione acrobatica, perse quota e s'avventò su un gregge poco distante, quindi s'alzò fulminea tenendo stretto in una morsa, fra gli artigli, un capretto di pochi giorni, che inutilmente si dimenava. Ineluttabile mistero la natura, erma bifronte con i suoi privilegi verso esseri viventi aggressivi, e crudele sulle vittime… Impossibile ragionare su questi arcani.. E tuttavia il vecchio e il nipote assistettero ad uno spettacolo grandioso, natura che divora natura, in efferata simbiosi, in misterioso, lacerante connubio. Sebastiano si aspettava la reazione del vecchio, lo sapeva abile ed esperto col fucile, ma questi lasciò compiere l'ennesima rapina al rapace, senza nulla osare, soffrendone intimamente il conflitto.'Nonno, t'ho sentito lottare, attraverso il respiro pesante, ne ho avvertito il tumulto… - Una prova di lealtà - rispose l'altro - nulla di più. Ho ucciso tre aquile per rabbia verso il loro diritto di rubare - aggiunse - e certo indirettamente anche i loro piccoli. Ho imparato ad accettare i regolamenti severi e incomprensibili di quest'ambiente; poi ho capito di non avere alcun diritto di prelazione verso la natura. Però - aggiunse - hai visto che esemplare. Proseguirono la marcia verso nord, dopo aver percorso il greto di un torrente in secca, a ridosso del grande canyon che lo costeggiava; era inevitabile sollevare in alto lo sguardo, e provare suggestione davanti a quelle enormi rupi strapiombanti, segnate dal carsismo, uno dei fenomeni più impressionanti causati dagli agenti atmosferici, e nota costante in tutto il Supramonte, dove il calcare domina ovunque. Siamo quasi arrivati - disse il vecchio. Ecco… - avvicinati, non senti nulla? - Sebastiano sentiva già nell'aria i monotoni rimbrotti del mare e dei suoi flutti, ma non lo credeva così vicino. S'affacciò dal ciglio di quell'immensa recinzione rupestre che seguiva il profilo della costa come un grande contrafforte, con falesie spettacolari, da vertigine, proprio a ridosso della riva. Ed eccole le acque color cobalto del Tirreno, con le potenti mareggiate che avevano scavato dopo millenni, grandi cavità all'interno della roccia, dove non di rado mammiferi marini vi sostavano per la riproduzione. Ecco anche i sibili del maestrale, le sue raffiche s'infrangevano sulla roccia con urli sinistri. T'ho condotto qui - disse all'improvviso il vecchio - per una ragione precisa, ormai hai quasi vent'anni e devi sapere. Nonno, conosco il tuo passato, so di te più di quanto tu supponga…Non è così - interruppe l'altro con quel suo tono imperioso, altisonante - Io, che il diavolo mi divori!, non ho mai avuto il coraggio di parlare. Quando avevo solo diciassette anni, uccisero mio padre, vittima di un'assurda faida qui in Barbagia, tra due famiglie rivali, che si sterminarono a vicenda. Mio padre era cugino di un membro di queste famiglie; ebbe solo questo torto. Mia madre, donna barbaricina di carattere forte e sanguigno, quando vide mio padre, ucciso come un cane, giurò di vendicarlo, e proprio quel giorno, di fronte a tutti, scese in cantina, folle di dolore, prese il fucile di lui e me lo mise sulla spalla. Ed io compresi quale debito di riscatto gravava sulla mia giovane vita. Il destino volle conservare immune da colpa la mia coscienza, e dopo alcuni anni, io colpii quella mano assassina, ma solo per difendermi da un agguato. L'odio, in queste alture che ti strappano l'anima e la consegnano ad una cinica autorità, fermenta dentro e produce pensieri come corvi, istiga la parte peggiore di te, ti costringe alla resa, portandoti sul bivio dell'azione più turpe. Eppure resistevo, e bada, raju nieddu!, non fu per debolezza, ma per mia madre, che era cieca d'odio ma non capiva che le restavo solo io al mondo… 

Continua parte II^

Virginia Murru
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