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PILLOLE DI STORIA DELLA SARDEGNA E DEL POPOLO SARDO

Sardegna

Civiltà romana 

L’esigenza di consolidare il proprio potere nel Mediterraneo e l’indebolimento dello stato cartaginese portarono i romani ad occupare la Sardegna nel 238-237 a.C. Nel 227 a.C. l’isola fu trasformata in provincia retta da un governatore. Il territorio, caratterizzato da grandi latifondi dove veniva impiegata manodopera schiavile, fu destinato, come già in età punica, essenzialmente alla produzione di grano da esportazione. Tale modello economico fu mantenuto pressoché inalterato per l’intero periodo di dominio, comportando la realizzazione di opere pubbliche che contribuirono in modo sostanziale al processo di romanizzazione dell’isola.
Alle strutture militari, legate alla necessità di contenere la turbolenza delle popolazioni locali, soprattutto dell’interno, si unirono la creazione di una complessa ed efficiente rete stradale ed il potenziamento delle città portuali dalle quali partivano le derrate destinate all’approvvigionamento dell’Urbe e degli eserciti impegnati nei vari fronti di guerra: Carales, Turris Libisonis (Porto Torres), Olbia. Ma ebbero notevole risalto anche altre città: Sulci, porto d’imbarco dei prodotti minerari dell’iglesiente; Forum Traiani (Fordongianus), presidio delle fertili pianure e delle fiorenti città centro-occidentali di Tharros, Othoca e Neapolis, contro le razzie delle popolazioni montane; Nora, importante centro amministrativo dell’età repubblicana. Le città sarde furono poco popolate e prive di un forte ceto dirigente locale, fattori che ne impedirono un esteso riconoscimento giuridico: solo Turris Libisonis e tardivamente Uselis ebbero il rango di colonia, mentre Carales, Sulci e Nora furono semplici municipi.
Il cristianesimo penetrò nell’isola soprattutto a partire dal III sec.d.C. Furono probabilmente martirizzati sotto Diocleziano i santi Simplicio (Olbia), Gavino (Turris Libisonis) Lussorio (Forum Traiani) e Saturno (Cagliari).

Civiltà vandalica

Nel 456 la Sardegna cadde in mano ai Vandali che la occuparono, con qualche discontinuità, fino al 534, quando il regno vandalico fu travolto dall’espansionismo bizantino.
I Vandali occuparono essenzialmente le zone litoranee dell’isola, facilmente raggiungibili dai lidi del regno africano ed ottimi punti d’appoggio per le scorrerie piratesche. Da un punto di vista politico, il governo vandalico, subentrando a quello tardo-romano, non apportò significativi mutamenti all’amministrazione isolana, che versava ormai in condizioni di profonda incuria; furono invece espropriate e spartire le terre conquistate e furono inaspriti i già gravosi tributi. Anche l’economia rimase sostanzialmente quella del periodo tardo-romano, asfittica nei grandi latifondi, di sussistenza nelle poche proprietà private.
Da un punto vista religioso, i Vandali tentarono di unificare il regno all’insegna della dottrina ariana, considerata eretica dalla Chiesa cattolica. Concili e persecuzioni non valsero però ad ottenere lo scopo, poiché la maggior parte dei religiosi africani e sardi rimase fedele all’ortodossia. Le fonti narrano di varie persecuzioni e dell’esilio di molti monaci e vescovi africani a Calaris. Tra questi ultimi i famosi Feliciano d’Ippona e Fulgenzio di Ruspe, che con la loro forte personalità diedero un impulso determinante alla diffusione della dottrina cattolica in varie zone dell’isola.

Civiltà bizantina

 Nel 534 Giustiniano, vinti i Vandali, riportò la Sardegna nell’alveo imperiale. L’isola fu costituita in provincia all’interno della prefettura d’Africa ed affidata ad un praeses e ad un dux militare. Quest’ultimo aveva sede nella città fortificata di Forum Traiani (odierna Fordongianus), con il compito di tenere sotto controllo le indomite popolazioni del centro barbaricino.
L’avvento dell’amministrazione bizantina determinò nell’isola una ripresa nel campo agricolo e commerciale, mentre fu notevolissimo l’influsso esercitato sulla cultura, la religione e l’arte locale. Ma le continue guerre sostenute da Bisanzio coinvolsero nel tempo anche la Sardegna, determinandovi un forte inasprimento del sistema fiscale, mentre corruzione dei funzionari e saccheggi delle truppe contribuivano a rendere sempre più precario il clima politico e sociale. Col calo demografico le città costiere decaddero e le popolazioni di pianura si rifugiarono nelle zone interne.
Scarsamente difesa e minacciata da Longobardi e soprattutto Arabi, l’isola entrò, nel 698, insieme alla Corsica, nell’esarcato d’Italia, avendo a capo un iudex provinciae con funzioni organizzative e di difesa.
Nell’ VIII secolo, l’interruzione dei rapporti con Bisanzio, che si trovava impegnata a contrastare le aggressioni arabe, divenne inevitabile, e l’isola, forte dell’esperienza d’ autogoverno nel frattempo maturata, poté avviare quel processo d’indipendenza che avrebbe portato alla nascita dei giudicati.

Civiltà giudicale e comunale

 A causa delle incursioni arabe, la Sardegna si trovò, nell’VIII secolo, isolata da Bisanzio. L’isola vide così nel tempo strutturarsi, in forma originale rispetto al resto d’Europa, quattro regni : i “giudicati” di Cagliari, Arborea, Gallura e Torres. Questi si avvalsero dell’alleanza politica e del sostegno economico di Pisa e Genova, e favorirono, in particolare il Giudicato d’Arborea, il riordinamento amministrativo, istituzionale e giuridico. Ogni regno (logu o rennu) era sovrano, retto da un re o “giudice”(iudex o iudike) affiancato dai rappresentanti del popolo riuniti in parlamento (corona de logu), e dotato di leggi proprie (cartas de logu). Frontiere fortificate ne segnavano i confini, proteggendo il territorio. Questo era diviso in “curatorie”, ciascuna retta da un curatore. La popolazione, di liberi e, per la maggior parte, servi, viveva nelle città e nelle campagne, in piccoli centri o “ville”. Le amministrazioni giudicali, anche grazie alle strette relazioni con Pisa e Genova, incrementarono notevolmente l’economia sarda, favorendo lo sviluppo dell’agricoltura, dell’allevamento, dell’artigianato, dell’industria mineraria, dell’estrazione del sale e del commercio marittimo. Furono attivi il clero e gli ordini monastici: Benedettini, Vittorini di Marsiglia, Camaldolesi, Vallombrosani. Sorsero splendide chiese romaniche realizzate da maestranze toscane, lombarde e francesi (XI - XIII sec.).
 I rapporti dei giudicati con Pisa e Genova, inizialmente commerciali, divennero gradualmente di dipendenza, e le due repubbliche, forti delle posizioni acquisite e sfruttando i problemi di successione ed i contrasti tra gli stessi giudici, cominciarono a contendersi l’isola, ingaggiando sanguinose battaglie. Alla fine del XIII secolo, i pisani ormai spadroneggiavano, contrastati dall’ultimo giudicato rimasto indipendente, l’Arborea, dai liberi comuni e da alcune grandi famiglie liguri che difendevano i propri interessi. In questa situazione di instabilità, il papa Bonifacio VIII, in virtù della sovranità nominale sulla Sardegna, il 4 aprile del 1297, concedeva l’isola in feudo al sovrano aragonese Giacomo II. Ventisei anni dopo l’Infante Alfonso sbarcava nel Sulcis e iniziava la conquista.

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In sottofondo: "Hymnu Sardu Natzionali"

 

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