Sardegna

Civiltà
Aragonese
La
conquista aragonese
dell’isola, sostenuta da papa Bonifacio VIII (1297)
e contrastata da pisani, genovesi e arborensi, fu realizzata tra il 1323
ed il 1478, anno che coincise con la fine del marchesato d’Oristano,
ultimo baluardo della resistenza del glorioso giudicato
d’Arborea.
Il Regnum Sardiniae( et Corsicae)
fu diviso nei Capi di Cagliari e Gallura e di Logudoro e fu sottoposto
ad un viceré che aveva sede a Cagliari. Il nuovo governo istituì il parlamento
ed estese al territorio sardo il codice rurale della Carta de logu,
con l’eccezione delle città
“reali”
cui vennero concessi particolari privilegi. La più importante di queste
città fu Alghero, popolata da catalani, che costituì il caposaldo
della dominazione aragonese nell’isola.
L’età aragonese vide l’infeudamento delle campagne sarde ai baroni
iberici e l’inizio di un dispotico regime di sfruttamento. I privilegi
feudali, l’iberizzazione dei quadri di governo e del clero, lo
spopolamento dovuto alle lunghe guerre e alle epidemie impedirono lo
sviluppo di un ceto dirigente locale e gettarono l’isola in uno stato
di profonda decadenza.
Civiltà spagnola -
occupazione austriaca
Nel 1479
la Sardegna entrò sotto il dominio spagnolo. Rafforzato il sistema
politico, con l’introduzione del tribunale dell’inquisizione e la
riorganizzazione dell’apparato ecclesiastico, divenne una costante
preoccupazione della Corona quella di contenere, a livello parlamentare
e giurisdizionale, l’arrogante feudalità
isolana. Il Cinquecento fu segnato da violenti attacchi
barbareschi e carestie, ma vide una razionalizzazione delle
strutture burocratiche (istituzione della Reale
Udienza, 1564) ed il nascere di un ceto togato laico e
riformatore, in contrasto con la nobiltà ed il clero, che ebbe nel
cagliaritano Sigismondo
Arquer la sua vittima più illustre. Il problema della difesa
dell’isola portò, invece, nel 1583, alla creazione di una specifica
amministrazione delle torri
litoranee.
Il
Seicento segnò la nascita delle università di Sassari (1617) e
Cagliari (1626) ed un forte inasprimento del sistema fiscale, dovuto
alle pressanti esigenze finanziarie della Corona spagnola. Ma sulla già
prostrata isola si abbatterono anche congiunture agricole, carestie ed
una violentissima epidemia di peste
(1652-1657), che decimarono la popolazione, mentre si acuiva il
parassitismo delle classi dirigenti e si radicava la piaga del
brigantaggio. Lo stato di precarietà rendeva inoltre difficoltoso il
pagamento dei donativi, con conseguente indebitamento
del bilancio sardo. Il formarsi di due grandi “partiti” feudali,
i contrasti di potere tra grande nobiltà e burocrazia regia, la
rissosità della piccola nobiltà e le rivendicazioni del patriziato
urbano, andavano nel frattempo rivelando, anche con episodi
sanguinosi, la profonda crisi socio-istituzionale nella quale
versava l’isola. Crisi che la Spagna non ebbe l’interesse né la
forza politica di risanare. L’isola restò sotto il dominio spagnolo, con la breve parentesi
dell’ occupazione
austriaca
(1708-1717) fino al 1720, quando in seguito al trattato di Londra (1718)
fu ceduta ad Amedeo II di Savoia.
Dominio piemontese
Con
il trattato di Londra (1718), il Regno di Sardegna venne assegnato ai
duchi di Savoia principi di Piemonte, che lo aggregarono in forma
federativa ai propri stati di terraferma. Quando la nuova dinastia prese
possesso dell’isola, nel 1720, si trovò di fronte ad una terra dai
complessi problemi, per giunta spagnolizzata e non immune da sentimenti
autonomistici: permanevano il sistema feudale e i privilegi del clero;
l’ordinamento politico-amministrativo era inefficiente e il sistema
legislativo confuso ed arretrato; l’economia era depressa e
condizionata dal persistere del sistema feudale e dell’ uso
comunitario delle terre; mancavano infrastrutture viarie e marittime; il
livello di scolarizzazione e delle università era bassissimo; molte
zone erano deserte e insalubri, persisteva la minaccia barbaresca e
dilagavano banditismo e abigeato.
L’intervento piemontese interessò da subito l’apparato finanziario,
l’istruzione
pubblica, lo
sviluppo demografico e la bonifica del territorio.
Una più incisiva politica di riforma amministrativa e sociale fu
avviata da Gianbattista
Lorenzo Bogino,
illuminato reggente della Segreteria di Stato per gli affari della
Sardegna (1759-1773). La ventata di rinnovamento e modernizzazione non
sciolse tuttavia i nodi profondi del malessere di un’isola che
rimaneva sostanzialmente estranea e che veniva ignorata nelle sue
specificità culturali e ambientali. Né l’azione riformista riusciva
a mascherare il volto assolutista repressivo e fiscale del governo
sabaudo.
La
mancata difesa dell’isola da parte dei piemontesi, in occasione
dell’attacco della Francia rivoluzionaria, nel 1973, ed, al contrario,
l’eroica resistenza messa in campo dai miliziani sardi, diedero nuova
linfa alle aspirazioni autonomiste e ai sentimenti antisabaudi
dell’aristocrazia sarda. Sentimenti che sfociarono, dopo il rifiuto
delle “cinque
domande”, nell’insurrezione cagliaritana del 28
aprile 1794, con la cacciata dei piemontesi e del viceré. I
moti antisabaudi antifeudali e filo-giacobini dilagarono nell’isola,
anche grazie alla figura carismatica di Giovanni Maria Angioy, ma furono
duramente repressi, cosicché la corte piemontese in fuga dalle armate
francesi poté trovare riparo a Cagliari nel 1799.
Non ancora sopiti i movimenti insurrezionali (congiura
di Palabanda)
e dopo devastanti carestie, fu chiaro al governo sabaudo che la crisi
dell’agricoltura sarda doveva essere radicalmente risolta. Nel 1823
venne pubblicato l’”Editto
delle Chiudende”,
mentre tra il 1835 e il 1843 venne abolito il sistema
feudale, interventi che in realtà non sortirono gli effetti
desiderati. Ma la politica riformatrice di Carlo Alberto conquistò
molti intellettuali
sardi
e la rinascente borghesia agraria e mercantile isolana. Nel 1847 gli
stamenti, rinunciando alla vecchia aspirazione autonomista, chiedevano e
ottenevano la “fusione” della Sardegna con gli Stati di terraferma.
Aveva così fine il Regnum Sardiniae e nasceva il Regno
sardo-piemontese.
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GRAZIE
DELLA VISITA ALLA
STORIA
DEL POPOLO SARDO
In
sottofondo: "Hymnu Sardu Natzionali"