|
|
PILLOLE
DI STORIA DELLA
SARDEGNA E DEL POPOLO SARDO

Sardegna

Regno
sardo-piemontese
Il
regno sardo-piemontese ebbe vita dal 1847, anno della “fusione” del
Regno di Sardegna con gli Stati piemontesi di terraferma,
all’Unificazione italiana del 1861.
Con la fusione, legislazione,
stamenti e magistrature del Regnum Sardiniae cessarono di
esistere, mentre venne esteso all’isola lo statuto albertino. Ma le
speranze di sviluppo che la classe politica sarda aveva riposto e
riponeva nel nuovo contesto costituzionale dovevano essere presto
deluse: la nomina nel 1849 di Alberto Della Marmora quale commissario
straordinario con pieni poteri per la Sardegna tradì da subito gli
intenti autoritari e colonialisti del governo piemontese; il quale,
d’altro canto, continuava a mostrare un pressoché totale disinteresse
per i problemi sociali ed economici dell’isola. Né i deputati sardi
del parlamento subalpino furono in grado di ottenere piani speciali di
sviluppo per l'isola, i cui cronici mali andavano ormai sempre più
caratterizzandosi a livello politico come “questione sarda”.
Tra gli interventi legislativi di questi anni, ebbe particolare
importanza la legge mineraria del 1848 che separava la proprietà del
suolo da quella del sottosuolo, dando allo Stato il diritto di sfruttare
il sottosuolo per via diretta o per concessione: con ciò fu dato inizio
allo sfruttamento industriale delle miniere sarde di piombo, ferro e
zinco.

Unificazione
italiana - autonomia
L’unificazione
del 1861 non attenuò il malessere dell’isola. Nel 1865,
l’abolizione degli ademprivi
provocò un’ondata di moti
popolari. Questi suscitarono i richiami dei deputati
sardi e l’istituzione di commissioni parlamentari d’
inchiesta che non sortirono alcun effetto.
Il decennio 1870-1880 segnò per l’isola dei progressi, con la ripresa
dell’agricoltura e dell’allevamento, la costruzione di linee
ferroviarie, il potenziamento dei collegamenti marittimi e la creazione
di istituti bancari. Ma gli avvenimenti
internazionali ben presto determinarono il tracollo
dell’olivicoltura, viticoltura e allevamento sardi. Tra il 1887 e il
1891 fallirono anche le banche, portando alla rovina piccoli produttori
agricoli e piccoli risparmiatori.
Analfabetismo, povertà, disoccupazione, emigrazione, spopolamento delle
campagne e banditismo
costituivano il drammatico
quadro dell’isola di fine secolo, nel quale, tuttavia, non
mancarono di affermarsi punte altissime di cultura
e di impegno
autonomistico.
Nel 1897 diveniva
ministro dell’agricoltura il cagliaritano Francesco Cocco Ortu, al
quale si devono leggi speciali in campo rurale. La linea
liberal-progressista del Cocco Ortu, pur non mancando di oppositori,
ebbe grande influenza nell’isola, contribuendo all’affermazione di
un’intraprendente borghesia commerciale urbana. Ma il persistente
profondo malessere dell’isola fu un fertile terreno, alla fine del
secolo, per la penetrazione delle idee socialiste. Queste alimentarono
più tardi i primi movimenti operai nelle miniere dell’Iglesiente e a
Cagliari; movimenti che furono ferocemente repressi dal governo liberale
del tempo, alleato dell’incipiente capitalismo industriale (1904,
1906).
Con la prima guerra mondiale, la società regionale visse la prima
significativa esperienza di integrazione nel contesto nazionale. La Brigata
“Sassari”, della quale fu figura carismatica il capitano
Emilio Lussu, interamente reclutata su base regionale, offrì sul fronte
austriaco uno straordinario contributo di valore e vite umane. Questa
esperienza determinò nei reduci una maturazione umana e civile ed una
riscoperta dell’identità regionale che diede origine nel dopoguerra
al movimento
autonomistico e alla fondazione, nell’aprile 1921, del Partito
Sardo d’Azione. Il nuovo partito riusciva, nel maggio dello
stesso anno, ad eleggere quattro deputati, divenendo la seconda forza
politica della Sardegna. Il governo fascista spense
ogni aspirazione autonomistica e, pur intervenendo in alcuni
settori, non modificò le condizioni generali dell’isola. Furono
realizzate alcune imprese di bonifica, la più significativa Mussolinia
(Arborea), e, nell’ambito della politica autarchica del ventennio, fu
dato grande impulso allo sfruttamento minerario, in particolare delle
miniere di carbone, con la fondazione della nuova città di Carbonia
(1938).
Con la seconda guerra mondiale, la Sardegna, destinata dal governo ad
essere la base delle operazioni aeree del Mediterraneo, fu ripetutamente
bombardata dalle forze alleate: in particolare Cagliari, che conobbe gli
attacchi più devastanti nel 1943 e che fu distrutta per il 75%. Dopo
l’armistizio dell’8 settembre, le truppe tedesche si ritirarono
dall’isola che venne occupata dalle forze alleate. Riprendeva la vita
politica, col rientro degli antifascisti.
Il 27 gennaio 1944, l’istituzione di un Alto Commissariato per la
Sardegna, Alto Commissario il Generale Pietro Pinna, avviava il percorso
verso l’approvazione dello Statuto
Speciale (Legge costituzionale 26 febbraio 1848 n.3 ) e la
nascita della Regione
Autonoma della Sardegna (8 maggio 1949, elezione del primo
consiglio regionale).
-
SEI ALLA PAGINA 5E -
GRAZIE
DELLA VISITA ALLA
STORIA
DEL POPOLO SARDO
In
sottofondo: "Hymnu Sardu Natzionali"
|
|