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PILLOLE DI STORIA DELLA SARDEGNA E DEL POPOLO SARDO

 

SA DIE DE SA SARDIGNA

Il Papa Bonifacio VIII nel 1297 concede in feudo
il regno di Sardegna e Corsica al re Giacomo II d'Aragona

 

Attacco Francese alle Coste Meridionali Sarde

Il 22 gennaio 1793 una flotta francese al comando dell’ammiraglio Truguet - con trenta navi da guerra, quaranta da trasporto e ben seimila soldati a bordo - si presenta davanti al porto di Cagliari. Obiettivo: conquistare la Sardegna.
I francesi (che provengono da Carloforte, occupata e ribattezzata “Isola della libertà”) sono sicuri che i cagliaritani e i sardi, visto la loro triste condizione sotto il regime feudale, li accoglieranno senza combattere. Intendono estendere alla Sardegna i principi di uguaglianza e libertà della loro rivoluzione, che aveva abolito ogni privilegio dei nobili.
Ma i signori e i feudatari sardi, impauriti dalla possibilità di perdere le loro prerogative, si preparano ad affrontare i transalpini arruolando, a proprie spese, volontari tra contadini e pastori. L’obiettivo è difendere i propri interessi, non certo la sovranità dell’Isola.
I piemontesi invece stanno a guardare, con incredibile indifferenza, e lasciano ogni iniziativa ai locali: sono sicuri che la paura e le notizie della triste fine della nobiltà francese spingeranno i sardi a battersi come leoni per respingere coloro che minacciano le loro secolari prerogative. Anche le autorità religiose sono in apprensione. L’arcivescovo di Cagliari, Melano, benedice il baluardo di Sant’Efisio eretto a difesa del porto e vi colloca la statua del Santo, per invocare la sua protezione.
Il giorno 24, i francesi tentano di ottenere la resa della città e inviano una scialuppa con un gruppo di parlamentari a bordo (tra i quali il noto giacobino Filippo Buonarroti) per trattare con il vicerè. Ma la loro imbarcazione viene affondata dal fuoco dei miliziani e numerosi marinai vengono uccisi.
Passano altri tre giorni e i francesi tentano nuovamente di trattare, ma anche stavolta la loro lancia viene attaccata dai miliziani, che uccidono diversi soldati a bordo. A questo punto i transalpini capiscono che i cagliaritani non hanno nessuna intenzione di arrendersi e il 28 gennaio, alle otto del mattino in punto, iniziano un intenso bombardamento della città che dura fino alle 14. Per fortuna il loro tiro è impreciso: i danni sono limitati, anche se cinque cittadini rimangano uccisi e tanti altri feriti. È il terzo bombardamento che Cagliari subisce nel XVIII secolo, dopo quelli degli inglesi nel 1708 e degli spagnoli nel 1717, a memoria dei quali il palazzo Boyl, costruito il secolo successivo, conserva ancora tre palle di cannone nella sua facciata.
I francesi non si arrendono. Nel mese di febbraio sbarcano in 3.500 al Margine Rosso e si dirigono verso Cagliari, dividendosi in due colonne che prendono la direzione di Quartu e del Poetto. La prima viene subito bloccata dai miliziani e battuta; la seconda invece è respinta dopo un duro scontro nei pressi delle Saline, da un contingente di sardi comandati personalmente da Girolamo Pitzolo.
Il 15 e 16 febbraio Cagliari è ancora pesantemente bombardata e la torre dell’Aquila subisce danni irreparabili. Ma a terra i francesi vengono battuti dovunque e - lasciate le ambizioni di battaglia terrestre - si reimbarcano precipitosamente per tentare un lungo assedio dal mare.
Il giorno successivo, un forte vento di levante sorprende la flotta francese alla fonda: molte navi sono gravemente danneggiate, altre vengono sbattute dalle onde sulla spiaggia, numerosi marinai affogano nel mare in tempesta.
Il 20 febbraio la spedizione è così costretta ad abbandonare l’impresa: i cagliaritani non esitano ad attribuire quella improvvisa tempesta all’intervento miracoloso di Sant’Efisio, che ancora una volta avrebbe salvato la città.

                 Fin dall’inizio il Regno ebbe come emblema concesso dalla Corona d’Aragona, lo scudo con quattro teste di moro inquartate in croce rossa in campo bianco o argento, che compare per la prima volta in uno stemmario belga del 1370/86 con i mori senza bende. I quattro mori sono un antico simbolo aragonese che celebrava la vittoria di Alcoraz nel 1096 contro i saraceni. Successivamente i mori furono rappresentati con le bende sulla fronte o con la corona sul capo - come nelle insegne originarie del Regno d’Aragona - e, talvolta, con le bende sugli occhi e tutto ciò, si pensa, per cattiva impressione grafica nel periodo della stampa mobile. E, così, lo stemma rimase a rappresentare il Regno in tutte le bandiere, stendardi e labari statali, caricato dopo il 1720 dell’aquila Sabauda, fino all’assunzione, il 23 marzo 1848, del tricolore verde - bianco - rosso e lo stemma di Casa Savoia nel Risorgimento. Per completare gli strumenti formali di statualità del nuovo Regno, Giacomo II d’Aragona instaura un sistema monetario sardo basato sulla lira sarda, dando anche il diritto di battere moneta con proprie zecche isolane.  Nel 1713, col trattato di Utrecht fu sancita la separazione tra Spagna e Impero. La Sardegna fu assegnata all’Austria la quale, in virtù del trattato di Londra del 2 agosto 1718 e del successivo trattato dell’Aia del 1720, consegnò l’isola, il 4 agosto 1720, al nuovo re Vittorio Amedeo II di Savoia. Il nuovo regno diventò da imperfetto a perfetto attribuendogli la summa potestas, cioè la facoltà di stipulare trattati internazionali. Il regno si italianizzò. Si procedette ad una vasta azione riformatrice nei limiti del trattato di Londra il quale imponeva al sovrano di conservare e rispettare le istituzioni e la struttura politico - amministrativa precedenti. E’ forse il caso di ricordare che il regno ebbe pure, in epoca tarda, un inno nazionale: S’himnu Sardu Nationale, che fu eseguito per la prima volta nel Teatro Civico di Cagliari il 20 febbraio 1844.

INNO SARDO  NAZIONALE 

(Hymnu Sardu Nationale)

 

Cunservet Deus su Re

Sarvet su rennu sardu
et gloria a s'istendardu
Cuntzedat de su Re

 

Dae fìdos et fort'hommines
Si fizzos nos vantammus
Bene chi nos provammus
Fizzos issoro, o Re

 

Su fizzu pîu sagrìfficat
Tottu a su babbu sou
Et tottu donzi sardu
Dispressiat po' su Re

 

Chi manchet in nois ànimu
Chi manchet su valore
Po' fortza o po' terrore
No happas suspettu, o Re

 

Solu in sa morte tzédere
Solìat su sardu antigu
Nen vivu a s'innimigu
Tzeder'happ'ego, o Re

 

De t'ammostrar cuppìdu
Sa fide sua et s'ammore
Sas venas in ardore
Séntit su sardu, o Re

 

Indica un aversariu
Et orrenda dae su coro
Iscoppiàrat s'ira issoro
ad unu tzennu tou, o Re!

 

Refrain (Ritornello):
Conservet Deus su Re
Salvet su Regnu Sardu
Et gloria a s'istendardu
Concedat de su Re!

1. Qui manchet in nois s'animu
Qui languat su valore
Pro forza o pro terrore
Non habas suspectu, o Re.

2. Unu o omni chentu intrepidos
A ferro et a mitralia
In vallu e in muralia
Hamus andare o Re.

3. Solu in sa morte cedere
Soliat su Sardo antigu
Né vivu a' s'inimigu
Cadera ego, o Re.

4. De fide et fort'hominus
Se figios nos cantamus
Bene provaramus
Figios ipsoro, o Re.

5. De ti mostrare cupidu
Sa fide sua, s'amore
Sas svenas in ardore
Sentit su Sardo, o Re.

6.Indica un adversariu
E horrenda da su coro
Scoppiart s'ira ipsoro
A uno tou cinnu, o Re.

7. Comanda su qui piagati
Si bene troppu duru,
E nde sias tue seguru
Qui hat a esser factu, o Re.

8. Sa forza qui mirabile
Là fuit a' su Romanu
E inante a s'Africanu
Tue bideràa, o Re.

9. Sa forza qui tant'atteros
Podesit superare
Facherat operare
Uno tuo cinnu, o Re.

10. Sos fidos fortes homines
Abbada tue contentu
Qui hant a esse in omni eventu
Quales jà fuint, o Re.

L'Inno Sardo fu eseguito l’ultima volta ufficialmente nel 1937 dal coro della Cappella Sistina, per espresso desiderio di Vittorio Emanuele III. In periodo contemporaneo, è stato suonato al Quirinale dalla banda dei Carabinieri in occasione dell'elezione e delle dimissioni del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga di origine Sarda.

            Per concludere, gli avvenimenti descritti più sopra consentono d’affermare che l’attuale Stato Italiano è nato in Sardegna e precisamente il 19 giugno 1324, sotto una tenda d’assedio sul Colle di Bonaria, nei pressi di Cagliari. Inizialmente fu chiamato  “Regno di Sardegna e Corsica”   fino al 1475, cioè quando con le nozze di Ferdinando II e Isabella e la conseguente nascita della Corona di Spagna il titolo originario diventò  “Regno di Sardegna”; nel 1861 “Regno d’Italia”  fino al 1946, poi “Repubblica Italiana”  fino ad oggi.[1]

[1] - F. Casula, Conversazioni sulla storia, ed. L’Unione Sarda, 20/11/1997;
- E. Piras, Le monete della Sardegna, ed. Fondazione del Banco di Sardegna, 1996;
- F. Floris, Breve storia della sardegna, ed. Tascabili Economici Newton, aprile 1997;
- AA.VV., Enciclopedia Motta;

Lo scudo con croce rossa accantonata da quattro mori bendati è il simbolo del popolo sardo.

    Studiosi di tutti i tempi si sono mossi in un complesso intrico di leggenda e realtà storica, tra Sardegna e Spagna, cercando di ricostruire origini, significati e vicende, ma lo stemma dei quattro mori rimane ancora oggi sostanzialmente un mistero.

    La tradizione iberica lo considerava una creazione di re Pietro I d'Aragona, quale celebrazione della vittoria di Alcoraz (1096), che sarebbe stata ottenuta anche grazie all'intervento di San Giorgio (campo bianco e croce rossa) e che avrebbe lasciato sul campo le quattro teste recise dei re arabi sconfitti (quattro mori).

    Sulla tradizione iberica si innestò la tradizione sarda che, contro ogni evidenza storica, legava lo stemma al leggendario gonfalone dato da papa Benedetto II ai Pisani in aiuto dei Sardi, contro i crudeli saraceni di Museto che in quegli anni minacciavano di conquistare Sardegna e Italia (1017).

    In realtà, la più antica attestazione dell'emblema risale al 1281 ed è costituita da un sigillo della cancelleria reale di Pietro il Grande d'Aragona. Ma fu soltanto nella seconda metà del XIV secolo che i quattro mori apparvero per la prima volta legati alla Sardegna, simbolizzandone il regno all'interno della confederazione della Corona d' Aragona (Stemmario di Gerle).

    Importato dunque dai re aragonesi, il simbolo comparve nella Sardegna spagnola su opere a stampa, monete e sui gonfaloni dei corpi speciali dei Tercios de Cerdeña, istituiti da Carlo V per la difesa dell'isola e distintisi a Tunisi (1535) e Lepanto ( 1571) nelle operazioni contro i Turchi.

    L'iconografia del simbolo fu in questi secoli quanto mai confusa e le teste dei mori furono rappresentate in vario modo: volte a destra e a sinistra o affrontate, scoperte, coronate, cinte da una benda sulla fronte.

    Risale alla metà del Settecento l'iconografia destinata a perdurare, con le teste volte a sinistra e le bende calate sugli occhi. Delle ragioni di quest'ultima innovazione, se dettate dal caso oppure più maliziosamente alludenti agli atteggiamenti (illiberali) del governo piemontese verso la popolazione isolana, non sapremo mai.

    Lo stemma comparve nell'arma composita della dinastia piemontese, su atti, monetazione di zecca sarda e bandiere dei miliziani. Successivamente ornò gli stendardi delle brigate combattenti sarde, tra queste la "Sassari", divenuta leggendaria per le imprese eroiche sul fronte austriaco della Grande Guerra.

    Nel 1952 lo scudo dei quattro mori diventava stemma ufficiale ed ornava il gonfalone della Regione Autonoma della Sardegna (decreto del Presidente della Repubblica del 5 Luglio 1952).

    Oggi i Sardi hanno la loro bandiera (legge regionale del 15 Aprile 1999 n°10), ma i quattro mori, memori dell'antico affronto piemontese, hanno significativamente voltato la testa e aperto gli occhi, non più fasciati dalla benda che torna a cingere la fronte. 

Con L. Reg.  n° 9 del 12 Luglio 2001 sono state istituite le nuove quattro province della Sardegna: Olbia Tempio (OT) - Carbonia Iglesias (CI) - Villacidro Sanluri (VS) e Ogliastra (OG) con capoluogo Lanusei e Tortolì, divenute operative con le elezioni provinciali del 08 Maggio 2005.

FORZA PARIS 

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