Civiltà
spagnola - occupazione austriaca
Nel
1479 la Sardegna entrò sotto il dominio spagnolo. Rafforzato il
sistema politico, con l’introduzione del tribunale dell’inquisizione
e la riorganizzazione dell’apparato ecclesiastico, divenne una
costante preoccupazione della Corona quella di contenere, a livello
parlamentare e giurisdizionale, l’arrogante feudalità isolana.
Il Cinquecento fu segnato da violenti attacchi barbareschi e
carestie, ma vide una razionalizzazione delle strutture burocratiche
(istituzione della Reale Udienza, 1564) ed il nascere di un ceto
togato laico e riformatore, in contrasto con la nobiltà ed il clero,
che ebbe nel cagliaritano Sigismondo Arquer la sua vittima più
illustre. Il problema della difesa dell’isola portò, invece, nel
1583, alla creazione di una specifica amministrazione delle torri
litoranee.
Il Seicento segnò la nascita delle università di Sassari (1617)
e Cagliari (1626) ed un forte inasprimento del sistema fiscale, dovuto
alle pressanti esigenze finanziarie della Corona spagnola. Ma sulla già
prostrata isola si abbatterono anche congiunture agricole, carestie ed
una violentissima epidemia di peste (1652-1657), che decimarono
la popolazione, mentre si acuiva il parassitismo delle classi dirigenti
e si radicava la piaga del brigantaggio. Lo stato di precarietà rendeva
inoltre difficoltoso il pagamento dei donativi, con conseguente indebitamento
del bilancio sardo. Il formarsi di due grandi “partiti” feudali,
i contrasti di potere tra grande nobiltà e burocrazia regia, la
rissosità della piccola nobiltà e le rivendicazioni del patriziato
urbano, andavano nel frattempo rivelando, anche con episodi
sanguinosi, la profonda crisi socio-istituzionale nella quale
versava l’isola. Crisi che la Spagna non ebbe l’interesse né la
forza politica di risanare.
L’isola restò sotto il dominio spagnolo, con la breve parentesi
dell’ occupazione austriaca (1708-1717) fino al 1720, quando in
seguito al trattato di Londra (1718) fu ceduta ad Amedeo II di Savoia.
DOMINIO
PIEMONTESE
Con
il trattato di Londra (1718), il Regno di Sardegna venne assegnato ai
duchi di Savoia principi di Piemonte, che lo aggregarono in forma
federativa ai propri stati di terraferma. Quando la nuova dinastia prese
possesso dell’isola, nel 1720, si trovò di fronte ad una terra dai
complessi problemi, per giunta spagnolizzata e non immune da sentimenti
autonomistici: permanevano il sistema feudale e i privilegi del clero;
l’ordinamento politico-amministrativo era inefficiente e il sistema
legislativo confuso ed arretrato; l’economia era depressa e
condizionata dal persistere del sistema feudale e dell’ uso
comunitario delle terre; mancavano infrastrutture viarie e marittime; il
livello di scolarizzazione e delle università era bassissimo; molte
zone erano deserte e insalubri, persisteva la minaccia barbaresca e
dilagavano banditismo e abigeato.
L’intervento piemontese interessò da subito l’apparato finanziario,
l’istruzione pubblica, lo sviluppo demografico e la bonifica
del territorio. Una più incisiva politica di riforma amministrativa e
sociale fu avviata da Gianbattista Lorenzo Bogino, illuminato reggente
della Segreteria di Stato per gli affari della Sardegna (1759-1773). La
ventata di rinnovamento e modernizzazione non sciolse tuttavia i nodi
profondi del malessere di un’isola che rimaneva sostanzialmente
estranea e che veniva ignorata nelle sue specificità culturali e
ambientali. Né l’azione riformista riusciva a mascherare il volto
assolutista repressivo e fiscale del governo sabaudo.
La mancata difesa dell’isola da parte dei piemontesi, in
occasione dell’attacco della Francia rivoluzionaria, nel 1973, ed, al
contrario, l’eroica resistenza messa in campo dai miliziani sardi,
diedero nuova linfa alle aspirazioni autonomiste e ai sentimenti
antisabaudi dell’aristocrazia sarda. Sentimenti che sfociarono, dopo
il rifiuto delle “cinque domande”, nell’insurrezione
cagliaritana del 28 aprile 1794, con la cacciata dei piemontesi e
del viceré. I moti antisabaudi antifeudali e filo-giacobini dilagarono
nell’isola, anche grazie alla figura carismatica di Giovanni Maria
Angioy, ma furono duramente repressi, cosicché la corte piemontese in
fuga dalle armate francesi poté trovare riparo a Cagliari nel 1799.
Non ancora sopiti i movimenti insurrezionali (congiura di Palabanda) e
dopo devastanti carestie, fu chiaro al governo sabaudo che la crisi
dell’agricoltura sarda doveva essere radicalmente risolta. Nel 1823
venne pubblicato l’”Editto delle Chiudende”, mentre tra il
1835 e il 1843 venne abolito il sistema feudale, interventi che
in realtà non sortirono gli effetti desiderati. Ma la politica
riformatrice di Carlo Alberto conquistò molti intellettuali sardi e la
rinascente borghesia agraria e mercantile isolana. Nel 1847 gli stamenti,
rinunciando alla vecchia aspirazione autonomista, chiedevano e
ottenevano la “fusione” della Sardegna con gli Stati di terraferma.
Aveva così fine il Regnum Sardiniae e nasceva il Regno
sardo-piemontese.
Il
regno sardo-piemontese ebbe vita dal 1847, anno della “fusione” del
Regno di Sardegna con gli Stati piemontesi di terraferma fino
all’Unificazione italiana del 1861.
Oggi
i Sardi hanno la loro bandiera (legge regionale n°10 del 15 Aprile 1999
), ma i quattro mori, memori dell'antico affronto piemontese, hanno
significativamente voltato la testa e aperto gli occhi, non più
fasciati dalla benda che torna a cingere la fronte.
FORTZA PARIS 
La Sardegna è un Paradiso Naturale e
di Storia, rispettalo per lasciarlo invariato nel tempo.
Pagine
di sintesi storiche, per la diffusione della Storia e della cultura del
Popolo Sardo. |